domenica 28 agosto 2011

Viale Monza 87

E fu cosi che verso la fine del 1969 ci trasferimmo in Viale Monza al numero 87. La casa era bellissima al 6° piano, aveva 3 locali spaziosi, due balconi, ascensore, cantina, solaio e la stazione della metropolitana "Rovereto" sotto casa. Eravamo a due fermate da Piazzale Loreto , quindi vicini al centro città, e soprattutto per me, Vito e Lele c’era finalmente una cameretta  tutta nostra con 3 letti separati, a differenza della casa di Greco dove dormivamo sul divano letto in sala tutti e tre insieme.
Il mobile della nostra camera da letto ,progettato e disegnato da mio cugino Michelino era perfetto : un monoblocco con 3 letti per la notte, che richiusi lasciavano per il giorno molto spazio, dalle ante degli armadi uscivano 4 panche e 2 tavolini su cui studiavamo, giocavamo e talvolta mangiavamo.
In un paio di occasioni per dimenticanza nel richiudere i letti , abbiamo lasciato accesa la luce di cortesia, con il risultato che i materassi hanno preso fuoco e si sono dovuti sostituire con le ire e le punizioni dei miei.
Avevamo un nuovo numero di telefono 2829267 abbandonando il vecchio 671484 di Greco cui eravamo affezionati,  ed eravamo vicini alla Via Roggia Scagna dove era vissuto papà da bambino e dove abitavano ancora i suoi fratelli Michele e Ida con i rispettivi coniugi Pina e Saverio e le nostre cugine Anna e Annamaria.
Lo zio Saverio oltre ad essere un cannibale di polpi vivi era un superlativo falegname, ma noi lo ricordiamo soprattutto per il suo idioma “milanbarese”con accento sull’ultima vocale Intér, Milàn, Cius Clai (Cassius Clay), Citroen  pronunciata come letta  e i nomi baresizzati dei primi giocatori stranieri del Bari Calcio, sua e un po’ nostra squadra del cuore.
Sotto di noi c’era anche il vecchio negozio di frutta e verdura di cui papà era stato titolare fino agli anni '60; poi andò a lavorare con il Sig, Nino sempre come ortolano, per essere infine assunto come impiegato in CPV un’azienda pubblicitaria.
Eravamo anche vicini alla fermata della metropolitana di Gorla, dove c’era la nonna materna Maria con zio Italo e lì vicino la zia Lia e lo zio Oscar, inossidabile Comunista Presidente del Boschetto, dove oggi si registra Zelig e dove ancora oggi, come i Tazebao in Cina, si possono visionare gratuitamente i giornali di partito, l’Unità o il Manifesto.
Ma nonostante questi miglioramenti  nella qualità della vita, la modernizzazione e i benefici per la nuova location, eravamo tristi per aver abbandonato Greco, i nostri prati e la nostra vita spensierata e spericolata.
In quell’anno io iniziavo le scuole superiori all’ITIS Settembrini in Via Grazia Deledda a Loreto come disegnatore meccanico progettista, Vito le scuole medie inferiori e Lele la seconda elementare.
Mio cugino Michelino disegnatore di professione mi aveva regalato un tavolo da disegno usato ma in buonissime condizioni, con il tecnigrafo per poter fare i compiti a casa o per divertirmi con la matita.
Il tavolo era un vero catafalco come ingombro e la sera quando si erano tirati giù i letti per la notte lo usavo come  paravento, tra me che avevo l’ultimo letto sotto la finestra e i letti dei miei fratelli, dopotutto ero il più grande e avevo bisogno della mia privacy, anche perché da quel momento e per 10 anni prima di addormentarmi scrivevo quotidianamente il mio diario più che altro una cronaca della giornata e non volevo essere disturbato o controllato.
In viale Monza per un po’ quasi quotidianamente venivano a trovarci i vecchi amici della banda, soprattutto Gianni, con cui dividevamo la scuola e i divertimenti come cinema o bowling.
Con lui e con Meme andavamo anche alle bancarelle di giornaletti sparse per la città e al sabato alla fiera di Senigaglia perchè da qualche tempo avevo iniziato la raccolta di Diabolik che oggi è completa, ma leggevamo anche Alan Ford, Kriminal e Satanik.
Noi tornavamo a Greco quasi tutti i pomeriggi per giocare a calcio, sul campo dell’ Insubria, visto che il nostro prato non c'era più, con i vecchi amici e con nuovi come Stefano, Angelo, Maurino.
Dopo poco entrarono nella nostra cerchia anche Sandro, compagno di scuola di Vito e Ugo suo amico d’infanzia che ci hanno seguito poi nell’impresa Cuoco di Bordo/ TVE e che ancora oggi sono i nostri compagni di calcetto, ma soprattutto i nostri insostituibili amici per la pelle.
Della scuola, del movimento studentesco, delle occupazioni e degli scioperi ne ho già parlato, ma mi piace ricordare soprattutto le “bigiate“ quando c’era compito in classe o interrogazioni e non eravamo preparati, per andare con Angelo  mio compagno di Via Rovereto sempre nei soliti posti: zoo di Milano, Stazione Centrale, Giardini di Porta Venezia, cinema d’Essai aperti la mattina e nei pomeriggi quando era aperto, anche al Parco Trotter vicino a casa.
Per le giustificazioni non c’era problema, dato che la firma della mamma era molto infantile, io, Vito e Lele la sappiamo fare ancora oggi, e quindi facilmente imitabile, non si è mai accorta di nulla  e devo dire che le bigiate erano almeno due o tre al mese.
Oggi ingiustamente hanno tolto questa libertà di divertimento a tutti gli scolari e agli studenti, perché appena sono assenti grazie alle nuove tecnologie arriva immediatamente alle famiglie un sms di avvertimento: che tristezza !!!.
Mio figlio Gabriel che evidentemente ha il mio stesso DNA mi ha confessato recentemente che prima degli sms lui aveva una soluzione ancor più ardita: diceva di aver smarrito il libretto delle giustificazioni, gliene consegnavano un altro nuovo da fare firmare ai genitori che invece firmava lui, cosicché le firme che poi apponeva per bigiare erano identiche alle originali.
Mio figlio Daniel invece imitava la firma della  mamma, visto che la mia non era imitabile, per la somiglianza a  un geroglifico Egizio.
Una delle prime occasioni di socializzazione " in esterna " con le sorelle di papà è stata nel 1970 la gita per 4 giorni a Bari loro città natale o di provenienza,
Siamo partiti noi,zia Giulia,zia Angela e Rosanna,zia Tilde con lo zio Angelo e la figlia Maria Luisa e la zia Angela con la figlia Rosanna, papà e sorelle hanno voluto portarci nella città vecchia alla Basilica di S,Nicola, al porto dove ovviamente si vendevano tutti i frutti di mare crudi : cozze, tartufi di mare ,vongole e ricci accompagnati solo da una fetta di limone e poi i polpi che vengono sbattuti sugli scogli a ripetizione fino a fare una schiuma per renderli tenerissimi per essere immediatamente divorati, qui Rosanna ha fatto amicizia con un aitante ragazzo "sbattitore",facendo poi i capricci per incontrarlo guardata a vista dalla Zia Angela.
Non sappiamo se è stato per queste insofferenze che un giorno è sparita dalla circolazione,l'abbiamo cercata in giro per poi tornare in albergo ,l'ì abbiamo trovato la sua camera chiusa a chiave e abbiamo dovuto minacciare di rompere la porta per farci aprire e dirci seraficamente che si era semplicemente addormentata.
Nel tour pugliese siamo stati anche alla splendida Alberobello,nota per i suoi trulli,abitazioni di  pietra e alle fantastiche grotte di Castellana.
Abbiamo fatto la visita ai parenti , per noi ragazzi emeriti sconosciuti e al cimitero, tappa obbligatoria in ogni viaggio quando c'è papà, lì ci hanno raccontato le macabre usanze nelle cerimonie ai defunti, ma ci ha impressionato il rito dell'esumazione del cadavere dopo 10 anni in terra, quando le donne, familiari del defunto puliscono ogni singola ossa del corpo, delle oltre 100 con l'alcool,mettendole in ordine in un lenzuolo bianco, scavando nella terra qualora mancasse anche una sola piccola falange di un dito del piede, come in un film di Dario Argento.
E per chiudere gli immancabili panzerotti che si vendevano a 70 £ l'uno e avevano le dimensioni di un calzone, ma erano leggerissimi,con la mozzarella sempre filante e dal gusto eccezionale.
Nel 1972, la Gisella terza figlia di zio Enzo (dopo Meme e Pirilla) dalle sue seconde nozze si è avvelenata ingerendo dei farmaci per adulti ed è stata portata all’ ospedale di Niguarda, per la lavanda gastrica e per un discreto periodo di degenza e di convalescenza.
Meme e Pirilla si sono quindi trasferiti a casa nostra dove hanno vissuto con noi per quasi tre mesi e con cui abbiamo trascorso un periodo meraviglioso, che ha cementato la mia amicizia con mio cugino, il mio “terzo fratello”, che è stato poi nella vita il mio vero compagno d’avventure, la mia spalla, il mio confidente con cui ho condiviso tutto dalla subacquea, al calcio, alle discoteche e alle avventure con le ragazze, ai viaggi con la Camilla a Pietraligure, alle vacanze estive, alla musica di Lucio Battisti per essere infine il mio testimone di nozze e il mio autista con la sua Cadett color crema, regalatagli da suo padre, con cui  con un po’ di vergogna mi ha accompagnato in chiesa.
A proposito di musica, in quei giorni c’era il Festival di Sanremo, vinto da Nicola di Bari e Nada con “I giorni dell’arcobaleno“, ma i più ricordano “Montagne Verdi “ di Marcella Bella o “Piazza Grande“ di Lucio Dalla.
Per noi però la più bella e  innovativa fu Jesahel cantata dai Delirium, capitanati da Ivano Fossati, che sarebbe diventato negli anni a seguire uno dei più apprezzati cantautori Italiani; canzone che suonavamo maldestramente con la pianola della Bontempi (io) con la chitarra (Giacomo) e con rudimentali strumenti di percussione (Vito e Lele), esibendoci talvolta con imbarazzo davanti a parenti in visita dai miei.
Nel periodo di convivenza Giacomo ha  confermato e appalesato  la sua fama di “smontatore“, iniziata nei box di Monza l’anno prima.
Voleva infatti rendersi utile alla mamma, ed era disponibile a fare qualsiasi cosa, per sdebitarsi dell’ospitalità, soprattutto in cucina, visto che studiava da cuoco presso l’Istituto scolastico Alberghiero di Milano; sono passate alla storia le sue crespelle farcite al formaggio. Meme aiutava anche nello smaltimento della pattumiera  o nella riparazione di piccoli elettrodomestici.
Un giorno alla mamma si ruppe il ferro da stiro, immediatamente Giacomo quasi urlando disse “lo aggiusto iooooo zia …”  tra le facce sgomente di noi tre fratelli.
Si mise di buona lena con cacciaviti, pinze, martelli e smontò in mille pezzi l’elettrodomestico, poi lo rimontò,  e… meraviglie delle meraviglie funzionava !!!. Tutti a congratularci con Meme con pacche sulle spalle e la promessa della mamma di preparargli il Budino al cioccolato di cui andava ghiotto.
Sembrava tutto troppo perfetto, poco dopo infatti Vito e Lele mentre sistemavano il tavolo dove aveva fatto la riparazione, notarono che erano rimaste fuori due o tre viti e una piccola molla del ferro da stiro. Meme se ne era dimenticato, e infatti poco dopo, dal ferro usci un fumo grigiastro e il classico odore di gomma bruciata: si era fusa la resistenza, il ferro non funzionava più e fu rottamato.
Le nostre pacche diventarono sberle sul coppino, mentre  la mamma per punizione lo mise a pane e cipolla, che a lui tutto sommato andava bene, dato che in quel periodo seguiva una dieta empirica per dimagrire: un giorno solo patate lesse, alternate nel giorno successivo da un pranzo normale, e così via. Alla fine smise per gli scarsi risultati, ma soprattutto per la fame.
In viale Monza avevamo anche il problema della nostra cagnolina Susy. Per farle fare i suoi bisogni, visto che a differenza di Greco dove scorazzava libera nei prati, c’erano solo marciapiedi e, al mattino e alla sera dovevamo portarla in strada per accontentarla.
All’inizio era una novità, quindi a turno aderivamo con entusiasmo, poi diventò pesante e ci inventavamo le scuse più assurde per non scendere; arrivati invece  i tempi delle prime ragazze facevamo a gara per accompagnare la Susy, era la scusa per telefonare con tranquillità dalla cabina con il famoso gettone color bronzo con le scanalature.
In viale Monza eravamo vicini alla zia Ida ma soprattutto allo zio Michele il fratello più grande dei sette viventi di mio papà.
Lo zio aveva ereditato da papà (anni e anni d’esperienza con la Colonia) la passione per la cinepresa di filmini girati in formato 8 mm, della durata di 3 minuti, che si portavano a sviluppare dal fotografo che li restituiva sviluppati 15 giorni dopo.
Lo zio che era un tuttofare di bricolage, aveva  le mani “d’oro“, dal falegname all’elettricista, al muratore, all’idraulico, ai famosi presepi Natalizi; era un perfezionista, perché montava le pellicole  facendole diventare dei veri e propri film anche di due ore, con titoli di testa e di coda, la “Mike Film “ presenta….
Dato che erano film muti,  gli metteva in sottofondo una colonna sonora di canzoni e musiche consone al soggetto, che partivano in sincrono dal magnetofono al momento della proiezione dei film: uno spettacolo per quei tempi. Straordinario !!!.
Noi tutti eravamo precettati per la visione a casa dello zio delle sue opere di grande regista e quando la visione ci riguardava direttamente (Comunioni, Cresime, Matrimoni) restavamo incollati alla proiezione che scorreva liscia come bere un bicchiere d’acqua, con applausi finali.
Talvolta però la visione riguardava matrimoni di parenti di Bari o cerimonie di estranei e allora diventava una pizza, un vero  supplizio (al di là della perfezione del film) come per la “ Corazzata Potemkin”, che come diceva Fantozzi “ era una cagata pazzesca….”
La stessa cosa capitava con le proiezioni delle diapositive di nostro cugino Michelino, (un altro maestro nell’arte del fai da te, riparava e creava con ingegno qualsiasi cosa), quando dovevamo assistere per ore alla visione delle sue foto, peraltro bellissime e perfette.
Michelino era un superperfezionista, meticoloso, quasi maniaco. Una volta in una gita sui torrenti, volle fare una foto alla famiglia e visto che l’immagine non era a fuoco invitò i “modelli“ a indietreggiare e, proprio come nelle barzellette Lele precipitò nelle acque, salvato da papà che era l’unico che non sapeva nuotare, (ndr: solo con le pinne) che si gettò intrepido nelle rapide del fiume (per la verità un fiumiciattolo). Evidentemente come per lo zio Michele queste manie erano prerogative di tutti gli “artisti“.
Ma sul fiume capitarono altri due imprevisti;  quando si arrivava, per tenerle al fresco le bibite e la frutta  venivano messe a bagno a monte nel torrente dove c’era l’acqua corrente ghiacciatissima che scorreva; una volta mentre stavamo facendo il pic-nic vedemmo un’anguria che scorreva veloce verso valle, il Vito disse “guarda quell’anguria assomiglia molto alla nostra“ … ed era proprio la nostra, che fu inseguita e ripresa da Michelino e papà, anche se un po’  ammaccata, qualche centinaio di metri più in la.
Il secondo episodio riguarda un nostro amico Giampiero (compagno di classe alle elementati e alle medie inferiori di Lele) che abitava vicino a noi in Viale Monza. Un giorno, mentre noi eravamo a 90 km da casa su un  fiume sempre con Michelino e famiglia, fummo raggiunti in bicicletta da Vito Lele e il loro amico a cui chiesi durante il pranzo di andare a prendermi una cosa che avevo dimenticato nel bagagliaio. Gli consegnai le chiavi indicandogli quella del bagagliaio che era diversa da quella dell’accensione, anche perché all’epoca non c’era il classico manicotto di gomma nera di oggi; lui invece usò la chiave sbagliata e la ruppe nella serratura.
Dato che non avevo il doppione Michelino si prestò con la sua macchina una “Manta” rosso fuoco a portarmi a casa e a riportarmi a riprendere la macchina e a salvare Giampiero dalle ire di tutta la famiglia.
A proposito di fotografie, noi in quei periodi ci dilettavamo con la mitica Polaroid, la prima macchina fotografica a sviluppo istantaneo che mio fratello Lele aveva vinto ad un concorso del Corriere dei Piccoli Settimana, dove doveva coniare uno slogan pubblicitario adatto al prodotto; lui propose semplicemente il proverbio “chi fa da sé fa per tre“ ovvero scatta,attendi e sviluppa e vinse: è stato l’unico familiare a vincere un concorso a premi.
Un appuntamento importante era quello culinario dei “Panzerotti“ pugliesi che la mamma aveva imparato dalla zie Giulia, Ida e Pina; i preferiti erano quelli classici, con pomodoro e mozzarella, poi c’erano  quelli con la carne, con le cime di rape o con la ricotta.
C’era una vera e propria competizione tra noi per assaggiare prima della cena il primo panzerotto pronto, o semplicemente con la scusa di aiutare la mamma,  per mangiare la pasta cruda o una forchettata di pomodori pelati, oppure per consumarli freddi il giorno dopo.
La casa per giorni restava intrisa come tutti i nostri vestiti dell’odore del fritto e alla sera della cena il “profumino” si percepiva anche nell’androne in portineria al piano terra, così da fare saltare la sorpresa; chiunque avesse preso l’ascensore sapeva che in casa nostra quella sera si mangiavano  i "panzerotti“.
Poi c’era il Natale, date le origini dei familiari che non erano Sudtirolesi, da noi si organizzava il cenone alla vigilia; venivano invitati vari parenti a rotazione, ma la squadra titolare era composta dalla mia famiglia, da Giacomo,dallo zio Italo e soprattutto dalla insuperabile cuoca zia Giulia.
Oltre agli antipasti, alla pasta al forno con le polpettine, la zia era specializzata nel capitone, della famiglia delle anguille, che cucinava al forno con l’alloro o in carpioni come le triglie.
Il capitone come d’uopo veniva comprato vivo e tenuto nella vasca da bagno, per ucciderlo poi, al momento della sua preparazione, con il taglio della testa, con un colpo secco del coltello; testa che non veniva mai buttata perché era il boccone prelibato dei cannibali meridionali.
Talvolta il pesce evidentemente conscio della prossima fine, al momento della decapitazione grazie alla sua pelle viscida faceva un ultimo scatto, con inseguimenti sotto il tavolo, i mobili o il divano.
Io da disegnatore ero addetto a preparare i cartelloni, appesi alle pareti della sala da pranzo su cui indicavo il menù, i partecipanti con vari nomignoli e soprannomi e soprattutto il regolamento della serata sia per la cena, sia per i regali e per i successivi giochi di carte o per la tombolata.
A mezzanotte si spegnevano le luci, si entrava in sala con delle piccole candele accese, per deporre Gesù bambino al suo posto nella culla del presepe; poi c’era lo scambio dei regali con  abbracci e  baci.
Dopo il brindisi iniziava la bisca. All’inizio era solo la tombola con le bucce di mandarino o i fagioli come segna numeri, o a carte a 7 e mezzo, poi a “35”, punteggio di un gioco di carte che si raggiungeva solo dopo ore con il piatto che aumentava giro dopo giro e diventava interessante: io ne vinsi uno con 26.000 £ alle sei di mattina. Era un terzo del mio stipendio. Ma il gioco più avvincente era quello semplicissimo del “piattino” che alla mamma napoletana, avevano ricordato qualche mese prima i musicisti di Edoardo Bennato, amico di Vito, che erano rimasti ospiti per qualche giorno.
Il piattino funziona semplicemente  indicando il rosso o il nero nella carta da scoprire, ma quando c’erano più errori saliva a dismisura con delle somme veramente spropositate e pericolose per lo sconfitto a Napoli si giocano gli appartamenti.
Nel 1972  i miei ci regalarono il registratore per musicassette su cui incidevamo i nostri pezzi artigianali o dalla radio le canzoni trasmesse, mettendo in pausa nel momento della pubblicità e permettendo di costruirci una compilation dei successi del momento senza spendere soldi.
Una notte con Giacomo, Pirilla e i miei fratelli siamo rimasti svegli per registrare papà e zio Enzo che russavano. per farglielo riascoltare al risveglio, visto che dicevano che era una leggenda "metropolitana", oppure registravamo gli scherzi telefonici che facevamo alla Graziella imitando la voce di un bambino piccolo abbandonato dai genitori.
Ma lo scherzo più atroce l’abbiamo fatto a zio Angelo, che messo in garage il taxi faceva l’aiuto benzinaio presso un distributore.
Su suggerimento della mamma Giacomo l’ha  chiamato imitando in un milanese da “austalopiteco“  il  Libero, suo titolare. Gli disse testuale : “Angelo te lassà avert il distribudur, ghe tuta la bensina sulla strada…ven giò a vede’….
Non abbiamo fatto in tempo ad avvisarlo che era uno scherzo, lui è partito immediatamente alla volta della pompa di benzina in Viale Lombardia, dove fortunatamente era tutto in ordine.
Per anni siamo stati rimproverati dalla zia Tilde, sua moglie che quella sera lo zio si era sentito male e aveva rischiato l’infarto, anche perché era già capitato, non per causa sua, con grande soddisfazione di tutti gli automobilisti che si erano riforniti gratuitamente di carburante.
Giacomo si è reso poi protagonista però di una domenica “bestiale” cantata da Concato proprio quell’anno, consumata sulle rive del Ticino dove suo papà zio Enzo, il mio e Peppino il meccanico avevano affittato un pezzo di terreno e costruito un casotto molto pìu grande del nostro dell’orto di Greco, con porte, finestre e tetto, proprio una piccola villetta.
Una domenica invitarono me, Giacomo e Massimo da loro per farci una grigliata e per contribuire con forze giovani ai lavori in corso. Era la settimana d’intervallo alle nostre immersioni a Pietra, ma io per non smentirmi portai il mio fucile a molla per sparare ai pesci del fiume da terra, ottenendo però scarsi risultati.
I lavori iniziarono (sto già ridendo mentre scrivo…) con la sistemazione del tetto in Eternit, poi vietato nel tempo dal commercio perché si scoprì che era fortemente cancerogeno; c’era solo da fissarlo alle travi con alcuni bulloni. Meme con un equilibrio instabile per non prendere la scala si appese alle lastre di Eternit ed una di queste si spezzò in due. A questo punto zio Enzo urlando lo apostrofò con una frase che è ancora ai primi posti del nostro vintage: “Sei un insensato !!!!! Fai sempre danni !!!.
Poco dopo ripresosi dalla cazziatura del genitore, Meme volle rendersi utile per pareggiare il disastro precedente, mentre mio papà e Peppino tenevano dei paletti; lui con il martello doveva conficcarci dei chiodi: semplicissimo !!
Invece dopo il primo paletto inchiodato a regola d’arte a Meme mentre colpiva il chiodo con violenza si stacco la testa d’acciaio del martello che fini rimbalzando prima sulla spalla di mio papà, poi in testa al Peppino …. 2 a 0 per Cimabue.
Non contento della giornata sfigata verso il pomeriggio prima di tornare a Milano vide che sulla parete di legno esterna era stata disegnata la sagoma della finestra, prese la motosega e tagliò il legno ricavando  lo spazio per metterci poi la persiana; sembrava tutto in ordine questa volta, solo che all’interno della casetta c’erano degli stivali in gomma su un mobiletto sotto la futura finestra che furono ridotti a mocassini. “Insensato, insensato te lo avevo detto che sei un insensato !!!! continuò ad urlare lo zio Enzo.
Al di là del luogo splendido, immerso nella natura e del lauto pasto avevamo passato una “domenica bestiale“
Oltre al Natale c’erano sempre i Capodanni; il rito era sempre il solito, grande abbuffata a base di cotechino e lenticchie, i miei cartelli, la bisca fino alla mattina presto, ma soprattutto i fuochi d’artificio, petardi, mortaretti e raudi.
Noi eravamo sempre armati come la Santa Barbara di una nave. Addirittura un anno a casa di Giacomo in Via San Remo abbiamo fatto esplodere una castagnola militare, una piccola bomba a mano trafugata dai Paracadutisti dell’Esercito Italiano, dove Meme aveva prestato servizio : un botto allucinante, che ha fatto vibrare tutti i vetri del palazzo che hanno rischiato di infrangersi.
La mamma  mi aveva pregato di smettere,  dato che era troppo pericoloso. In quel periodo alla Fiera di Sinigaglia a Milano avevo comprato una pistola scacciacani con un supporto che permetteva di sparare razzi colorati o detonanti che si compravano in armeria; era andato tutto bene, ma un Capodanno quando c’erano da noi alcuni amici, mentre io sparavo con la pistola, loro lanciavano dei razzi, quelli con il legnetto, infilandoli in una bottiglia indirizzandoli contro il palazzo di fronte col rischio di infilarsi in una finestra. Nonostante i miei avvertimenti, a un certo punto ho posato la pistola, tenendo il mio razzo in mano e ho spostato la direzione del lancio della bottiglia, purtroppo è partita una scintilla che ha acceso il razzo che avevo in mano e dopo un sibilo sinistro l’ha fatto esplodere.
Mi si è aperto uno squarcio tra il pollice e l’indice da dove il sangue usciva a fiotti, sono stato portato immediatamente all’ Ospedale Niguarda; lì sono stato insignito del titolo di uno dei “primi cretini dell’anno”, come ha detto il medico che mi ha dato 5 punti di sutura esterni e 2 interni, mi si erano anche  semicarbonizzate due dita e, pur non avendo sentito dolore nell’esplosione ( anche papà raccontava che quando perse le mani con una bomba non sentì niente) nei giorni successivi e per un mese a causa delle forti ustioni ho passato notti insonni con dolori lancinanti.
A casa quando non si usciva si giocava con i calciatori del Subbuteo, in punta di dita, avevamo quasi tutte le formazioni di Serie A oppure giochi da tavolo come Monopoli o il mitico Cluedo.
A 18 anni ho ricevuto la famigerata Cartolina Rosa per fare il Servizio Militare, potevo essere esonerato perché ero il primogenito di un grand’invalido Civile di Guerra, ma ho tentato di farmi scartare per la mia patologia asmatica, perché lavoravo e portavo a casa uno stipendio, ma soprattutto per passare a Vito quando sarebbe stato il suo turno questo privilegio;  il primo anno mi hanno fatto rivedibile, ma l’anno successivo mi hanno preso come C3 destinato agli  uffici, quindi ho dovuto giocare il jolly di papà e ho ottenuto il congedo illimitato.
Di quei 6 giorni di militare ricordo il divertimento fra futuri commilitoni, un ragazzo transessuale in abiti femminili e la difficoltà a urinare nella provetta per le analisi; in tutti e due gli anni fortunatamente c’era un volontario che pisciava per tutti.
Tre anni dopo toccava a Vito. Eravamo tranquilli che fosse esonerato invece era cambiata la Legge e poteva beneficiarne solo il primogenito. Vito si fece il CAR a Savona con visite agli amici di Pietra e poi andò in Friuli a Casarsa della Delizia: non credo però che l’abbia digerito bene .
Lele non fu nemmeno chiamato perché era tornata la possibilità di esonerare tutti i figli dei grand’invalidi, con una dispensa ministeriale.
Nel 1979 è  terminata la mia permanenza nella casa di Viale Monza e quindi la convivenza con i miei fratelli e i miei genitori, perché mi sono sposato. Ogni tanto ho piccoli rimpianti dei nostri  periodi di gioventù,  vissuti con la spensieratezza della nostra età nello svago e nei divertimenti, ma “the show must go on“ tutto continua su binari differenti ma paralleli, riservandoci sempre nuove esperienze di vita, felicità, gioie e  soddisfazioni.
Con Vito e Lele abbiamo solo un unico vero grande rimpianto : la mancanza della mamma una donna istrionica e geniale, ma sopratutto una mamma eccezionale, unica ed insostituibile che ci ha lasciati nello sconforto e nel dolore 7 anni fa, ma il cui pensiero quotidiano non manca mai,  perchè per noi è sempre presente.

Le vacanze a Pietra

D’estate arrivavano  le fantasmagoriche vacanze estive a Pietraligure. Prima di iniziare a lavorare duravano due mesi, luglio e agosto, poi settembre a Milano, fino all’inizio della scuola che all’epoca cominciava il primo ottobre, a S.Remigio.
Prendevamo sempre un appartamento in affitto dai miei amici ristoratori dell’Hotel Bristol, mentre dopo il 1972 spesso ci fermavamo proprio in Hotel.
Partivamo con la Camilla my car stracolma con bagagliaio strapieno e il portabagagli sul tetto legato dagli elastici, comprati dallo zio Enzo;  ogni tanto gli elastici scappavano dalla presa e prendevamo sonore frustate sulle mani. Quando c’era Meme venivamo con due auto, la mia  e la sua Cadett crema con portabagagli.
Un anno, arrivati a Pietra dovevamo passare sotto il ponticino della ferrovia, alto meno di due metri. Io lo passai perché avevo poca roba visto che il resto era nel bagagliaio, Meme invece tentò di passarci a tutta velocità: rimase incastrato sotto il ponte con tutte le valigie schiacciate.
In un altro appartamento vicino alloggiavano invece i nostri cugini Michelino e  Graziella con la figlia Monica e più tardi Michela con i loro nonni, che erano i nostri zii Ida e Saverio.
Poi venivano Bobo Antonietta con Pinuccio e Gloriana, lo zio Italo, e per qualche giorno il mio amico Gianni con la mamma Eliana e la sorella Roberta; insomma il nostro appartamento era un vero e proprio accampamento “open space“, dove transitavano anche altri amici per il week-end, tanto la mamma con la sua filosofia napoletana diceva che dove si mangia in 6 si mangia anche in 8 (parole sacrosante. Il vero problema era che dove si dorme in 6 per dormirci in 8 occorre stringersi e quindi c’era il letto matrimoniale con quattro persone, materassi ai piedi del letto, brande e così via.
E poi c’erano le visite degli abitanti nostri vicini di Pietraligure,  con cui avevamo fatto amicizia; al pomeriggio venivano a bere il caffé e a fare quattro chiacchere con la mamma.
Alla fine dell’estate del 1972 quando Monica la figlia di Michelino non aveva compiuto ancora 3 anni, successe una disgrazia.
Eravamo in cucina in attesa che la Moka emettesse il tipico rumore della bollitura del  caffé, quando Monica volle passare tra la sedia dove era alloggiata una nostra vicina pachidermica e la stufa a gas; la stufa si mosse facendo cadere sulla bambina tutta la caffettiera con il caffè bollente che le fece una doccia quasi su tutto il corpo, fortunatamente senza colpirle il viso.
Subito accorse una vicina che aveva fatto l’infermiera che consigliò di ricoprire le ustioni con l’olio, ma questo rimedio empirico si rivelò terrificante, dato che l’olio è un conduttore di calore per eccellenza, con il risultato che le bruciature continuarono a diffondersi.
Fu ricoverata all’ ospedale di S.Corona a Pietra dove ci rimase qualche mese:  le venne una forte flebite e da lì conseguenze fisiche che ha ancora oggi.
Ma a Pietraligure in quegli anni oltre alla solita pesca subacquea che facevo ogni giorno, c’era soprattutto la caccia alle ragazze con cui passare l’estate, le discoteche erano la nostra casa e devo dire senza falsa modestia che i risultati sono sempre stati ottimi, sia per me sia per  il mio compagno di scorribande  Meme;  l’ultima conquista estiva è stata Rita nel 1974, che poi ho sposato.
Alle ragazze davamo i voti quando passavano per strada o in spiaggia e addirittura quando eravamo in albergo avevamo costituito una vera giuria con tanto di palette con i voti come quelle dello zecchino d’oro.
Dato che il ristorante era al piano terra e le camere nei piani sopra, i commensali dovevano scendere per arrivare in sala da una scala a chiocciola; noi eravamo posizionati con il tavolo proprio sotto la scala e assistevamo a questa passerella, sbirciando sotto le gonne delle signore e delle ragazze. A quel punto si passava alla votazione alzando le palette con il voto di valutazione che ognuno assegnava, quindi si faceva la media e la classifica.
Dopo un po’ però si accorsero della votazione della sfilata e chiesero a Mauro, il mio amico albergatore, di farci desistere.
Con suo fratello Aldo oltre a me e Giacomo avevamo costituito la gang di quelli di “Arancia Meccanica”. Dopo la mezzanotte, dopo aver accompagnato le ragazze a casa o in albergo ci riunivamo e facevamo scorribande, che per decenza non possiamo raccontare, per Pietra e in campagna, per terminare poi quasi alle 2 alla pizzeria Da Stube a Borghetto S.Spirito.
In discoteca al “Castello” nacque la definizione della “banda del fil di ferro“, quando per una ragazza, picchiai  uno di Torino che mi minacciò di tornare insieme ai suoi amici per terminare la disputa e farcela pagare; gli diedi il resto e gli dissi di chiamare pure la sua “banda del fil di ferro” che ce ne era anche per loro.
Non venne nessuno, e da quella volta definisco in questo modo gruppi di ragazzi che si sentono imbattibili, ma che sono poca cosa e che al momento topico quando c’è da mostrare gli “attributi” si dileguano, come ho spesso detto e polemizzato con i miei figli, sempre leaders, ma circondati spesso da gente di poco conto.
Un aneddoto esilarante invece è quello che capitò al signor Vito di Torino, che veniva a Pietra con sua moglie Carla e la figlia Silvia.
Vito era sordo e  parlava a gesti e con i classici suoni gutturali. Un giorno mentre la mamma era seduta sui dondoli del "Bristol" con la Carla e la Eliana, il signor Vito andò alla toilette dell’hotel, che aveva il finestrino proprio sulla strada,per un impellente bisogno; noi ragazzi eravamo li in piedi, quando dal bagno si sentì un bombardamento di scorregge, che lui ovviamente non sentiva. Fuori tra le risa e gli sguardi ammiccanti, ci si domandava chi fosse il petomane che era in bagno, tra gli sguardi di una imbarazzatissima signora Carla; a un certo punto sbucò il signor Vito che facendo il segno della negazione con il dito indice come il metronomo disse guardando la moglie “Calla, Calla, bata prugne, bata prugne !!!!”: da piegarsi in due dalle risate.
Ancora oggi quando a qualcuno di noi viene il mal di pancia e si deve correre in bagno si usa dire all’uscita “Bata prugne, bata prugne …. "
Una notte a Giacomo capitò un incidente stradale. Mentre era in auto con degli amici ne tamponarono violentemente un'altra, Meme ruppe con la fronte il parabrezza, si fece un grosso taglio sulla fronte e fu portato all’ ospedale per essere suturato, ci avvisarono immediatamente ed eravamo pronti per correre da lui, quando fummo fermati da zia Ida che disse che sarebbe andata lei accompagnata da qualcuno in auto.
Dal racconto di Giacomo si seppe che la zia che ci aveva preceduto all’ospedale ha inscenato una crisi isteric, come quelle che in Puglia fanno le donne ai funerali, quasi strappandosi i capelli e continuando a ripetere “é il nipote mio !!! sangue del mio sangue !!! il figlio di mio fratello Vincenzo !!!, tra la vergogna e l’imbarazzo di Meme.
Una sera di luglio e una di agosto si andava tutti in spiaggia per l’illuminazione del mare, quando vengono messi da riva dei lumini dentro una carta impermeabile rossa o bianca, la corrente notturna li porta lentamente al largo e poco dopo si assiste a uno spettacolo di luci e colori magnifico, tutto il mare viene  illuminato a giorno.
Poi tutti in acqua per il bagno notturno, spesso presi dall’euforia completamente vestiti e quindi falò in spiaggia per una grigliata o per mangiare l’anguria.
Ogni tanto con Mauro e Giacomo facevamo delle pescate notturne con le bombole sul banco di Borgio; restavamo in acqua anche 5 ore quasi fino all’alba, perché per la temperatura e l’attenzione nella caccia non ci veniva sonno e poi perché alla profondità di 4/5 metri l’aria dura un infinità. Smettevamo solo quando i polpastrelli erano a strisce perché a bagno da troppo tempo.
Le vacanze si chiudevano sempre con i fuochi d’artificio che vengono sparati dal pontile di Pietraligure  a Ferragosto; è un appuntamento immancabile e scaramantico, più sono belli meglio inizierà la stagione a venire.
Per vederli meglio si va in spiaggia almeno un’ora prima, perché alcuni vengono sparati direttamente sull’acqua, ma si può salire anche sul Trabocchetto, un'altura sopra la città, ritrovo romantico degli innamorati.
Ma la vera fine delle vacanze era sancita l’ultimo sabato d’agosto dalla famosa Sagra Gastronomica di Pietraligure. Nelle piazze, sul lungomare e nei carrugi c’erano delle casette dove i vari ristoratori preparavano la loro specialità:  trenette al pesto, farinata, lumache, cozze, frittelle, frittura di pesce, ravioli con la borragine, insomma ogni ben di Dio, tutte le leccornie e i manicaretti possibili e immaginabili.
La mattina seguente caricata la Camilla e la famiglia si tornava con mestizia a casa a Milano per riprendere la solita routine autunnale.

Le vacanze di Vito, Lele e Meme

Io ormai avevo iniziato le vacanze da solo a Pietraligure, visto che avevo la ragazza, mentre i miei fratelli, Meme e altri amici avevano deciso di continuare le ferie insieme.
Un anno provarono un empirico ed estemporaneo viaggio a Parigi con un Camper preso a noleggio.
Partirono una sera verso le 20 da viale Monza 87. Il Camper era una assoluta novità, un Ford con scocca della Laverda, avveniristico tutto celeste e per l’evento c'era tanto pubblico alla partenza: parenti, amici e conoscenti, come per la Mille Miglia, anche perché partivano per Parigi per 4 giorni. Meme, l'unico patentato era alla guida, il resto del gruppo “folk” era composto da Vito, Lele, Dario e Giampiero.
Le provviste consistevano in 7 scatolette di carne Simmenthal, 7 budini a testa, pane, latte, hamburger, Coca-Cola, formaggi, affettati, chitarra, bonghetti, triangoli, pifferi, ecc.ecc, e indumenti vari di scorta.
Lele teneva i conti, divideva tutto al centesimo anche le 10 lire, trovandosi ogni tanto a dover lottare con i decimali che all’epoca non erano previsti.
Un grave errore fu quello di ascoltare il consiglio di un tassista amico di papà, che in futuro diventò l’autista di Umberto Bossi, che consigliò loro da antesignano navigatore Tom-Tom di raggiungere la Francia via Domodossola evitando il Monte Bianco e il San Gottardo; scoprirono poi solo a viaggio ultimato che l’avevano allungata terribilmente. Il Camper poi aveva un grosso problema perché raggiungeva a mala pena i 100 Km all'ora e in salita sbuffava.
La mamma aveva preparato alla truppa una teglia di lasagne al forno che divorarono alla prima sosta in un piazzale in Svizzera.
Giunti in territorio Francese zona Digione caricarono 2 giovani autostoppiste. Erano tutti gasati (sperando forse in una liaison dangereuse ... ), facendole credere il fatto che il camper fosse loro, al punto di dirgli di buttare pure cenere e mozziconi in terra che tanto non era un problema; salvo poi che alla riconsegna del Camper gli addebitarono ulteriori spese per la pulizia del pavimento.
Alla prima stazione di servizio il Meme chiese ai meccanici francesi se avessero l’Estepè (STP), un additivo che avrebbe migliorato le prestazioni del motore, ma non riuscendo a farsi capire hanno proseguito il viaggio sino al fatidico arrivo a Parigi.
Il Meme con un francese vagamente “barese” chiese a un passante, testualmente: “u se truv mon metr” (Montmartre, quartiere famoso di Parigi), ma il francese ovviamente non riuscì a capire e quindi a indicare al Meme dove si trovasse “il suo maestro” e così si ritrovarono a Place de la Concorde. Quel giorno c'era uno sciopero generale e un netturbino di nome Pepin (leggi Pepen) gli concesse di pernottare per pochi franchi nel parcheggio; gli fece anche scaricare il wc del Camper proprio in piazza, dove videro i famosi stronzi di Giampiero, che era l’unico che aveva utilizzato il water del Camper, galleggiare per poi scivolare nelle fogne di Parigi.
Una notte nella “place” mentre tutti dormivamo tutti, alle tre Giampiero svegliandosi di soprassalto nel sonno esclamò "che puzza"; c'era un odore incredibile, tra scoregge e puzza di piedi non si respirava, in più avevano sfidato e battuto a pallone nel pomeriggio dei francesi al parco e non potendosi lavare bene nell’abitacolo per quattro giorni c'era “aria viziata”...., ma mai come l’odore dei piedi del Meme, un misto tra gorgonzola andato a male e pesci rancidi.
Durante il viaggio di ritorno in Italia sempre a 90 km all'ora  si è sentito uno strano olezzo di pesce uscire dal frigo, non erano i piedi del Meme questa volta, ma si erano giocati gli hamburgers, perchè avevano dimenticato il latte aperto che si era rovesciato sulle bistecche; continuarono quindi a nutrirsi solo con qualche baguette, per la situazione economico-finanziaria non tanto florida...

Altre vacanze alla Fantozzi sono state quelle passate a Ischia.
Vito, Lele, Meme e altri amici si trovavano a S.Angelo, praticamente il presepe vivente dell’isola ed erano nella punta estrema dove c’è uno strapiombo sul mare e dove si fanno i tuffi, normalmente “di piede” perché il salto è altissimo.
Meme invece visti i suoi precedenti da paracadutista, volle farne uno di testa, e nonostante i consigli di Vito e Lele si lanciò; apparentemente il tuffo era perfetto alla Klaus Di Biasi, solo che a pochi metri dall’acqua c’erano le rocce.
Meme uscì con uno sbrego su tutto il petto, fortunatamente era solo una profonda abrasione che tranquillizzò parzialmente tutti.
Andarono in farmacia dove gli consigliarono di usare il Mercurocromo per disinfettare le ferita, una tintura rosso accesa che a petto nudo lo faceva somigliare a un faro acceso e che serviva da monito per i genitori ai bambini che volevano fare i tuffi “stai attento perché altrimenti fai la fine di quel ragazzo lì tutto rosso come un gambero”.
Un altro aspetto della tintura era quello che macchiava indelebilmente tutto quello con cui era a contatto e quindi sedie, letti e tavolini bianchi della stanza diventarono rossi, con l’incazzatura degli albergatori.

Un'altra volta furono invitati da zio Italo in un lussuosissimo albergo dove lui era ospite dello sponsor della sua squadra di calcio e a parte qualche estemporaneità come bagnarsi i piedi nella piscina dei Vip o di fare rumore, la visita all’albergo passò alla storia per il “quasi furto“ della chitarra di Roberto Vecchioni cliente dell’albergo, che aveva lasciato momentaneamente sul divano e di cui Meme se ne era appropriato, mettendosi a suonare nella hall.
Poi qualcuno gli fece notare che era di proprietà dell’illustre ospite e con nonchalance  la posò immediatamente

In quella vacanza zio Italo era uso salutare una donna molto anziana e molto brutta, seduta davanti a una stanza sulla strada dove erano esposti dei quadri con la domanda “scusi ma è la mostra ??“, facendo sempre vergognare i miei fratelli.

L’ultimo racconto delle vacanze ischitane è legato al lancio del sasso di Vito.
Si trovavano alla spiaggia degli Inglesi, dove a una cinquantina di metri da riva si erge un grosso scoglio alto quasi 5 metri, meta di nuotate e di successivi tuffi.
Dario.Z aveva raggiunto lo scoglio insieme al Lele, era in piedi e provocava gli altri a riva sfidandoli a lanciare contro lo scoglio dei sassi, convinto che non l’avrebbero mai raggiunto, ma dopo qualche colpo a vuoto Vito lanciò il suo sasso che colpì in piena fronte Dario che cadde sanguinante in acqua.
Non vedeva più nulla e fu soccorso subito dal Lele e poi dagli altri che lo raggiunsero sfidando il mare grosso.
Si preoccuparono tutti e lo portarono alla Guardia Medica e fu medicato,fortunatamente era solo un piccolo taglio, ma Dario per 2 giorni non parlò più con Vito che comunque si dichiarava mortificato e continuava a scusarsi.
Tornarono a Milano con due giorni d’anticipo, non più in treno, ma per la prima volta in aereo.

Il pontile di Pietraligure

Da quando ero piccolo e avevo imparato a nuotare, nonostante non sia mai stato un grande stilista, ho sempre avuto la passione per la pesca subacquea.
Il mondo sottomarino mi ha sempre affascinato e nelle estati Pietresi, di solito alla mattina presto dopo aver aiutato il bagnino a sistemare la spiaggia o verso il tramonto andavo a “caccia” agli inizi solo con la fiocina regalata da mio cugino Michelino,poi con il mio fucile a molla il Minisaetta della Cressi, con discreti risultati: polpi e seppie e qualche piccola sogliola erano le mie prede preferite.
Pesci che avendo parenti “terroni”, venivano poi mangiati cotti a casa o addirittura in qualche caso “vivi”.
Capitava infatti che quando avevo come barcaioli del moscone, mio cugino Michelino e mio zio Saverio, tornato a bordo trovavo che i polpi non avevano più il terminale dei tentacoli perché mentre ero sott’acqua i “cannibali marini ” se li erano divorati.
Con loro poi era un divertimento la raccolta delle cozze, anche quelle talvolta mangiate crude in barca, tanto avevano già avuto il tifo da piccoli, che prendevo negli scogli davanti al cantiere di Pietra o vicino al pontile.
Con i miei amici Mauro e Aldo, albergatori di Pietraligure, abbiamo fatto sempre grandi stragi di polpi e il nostro ritorno in spiaggia dopo la caccia era sempre salutato da tutti i bagnanti curiosi e soprattutto dai bambini.
Non era difficile poi che proprio i bambini più piccoli mi chiedessero di prendergli un piccolo polpo da tenere nel secchiello per giocarci e per vedere lo spruzzo d’inchiostro che utilizzano per difesa.
Una estate proprio per prendere un piccolo polpo forse di un etto restai per tutto il mese con la mano gonfia, perchè  fui morso sul dorso della mano, sentii una piccola puntura e non ci diedi importanza,ma giunto a riva la mano iniziò a gonfiarsi,andai in farmacia dove mi dissero di metterci solo ammoniaca,ma che ero stato fortunato perchè il morso era a un centimetro da una vena,altrimenti avrei subito uno schok anafilattico e senza cortisone a disposizione avrei rischiato grosso.
Il colmo era che nella mattina in una pescata con la bombole avevo peso 3 piovre una delle quali di quasi 8 kg.
Questi incidenti capitavano perchè anche se avevo il fucile ho sempre preferito per la cattura dei polpi l’utilizzo delle mie mani che frequentemente erano tagliate e gonfie per lo sfregamento con le rocce delle tane, mi dicevano che parevo “San Sebastiano“, mi aiutavo solo con strumenti rudimentali come la bottiglietta di verderame per farli uscire dalle tane o di un gancio artigianale per catturarli più facilmente.
Nella primavera del 1972 mio cugino Giacomo era stato appena assunto in un negozio sportivo di Milano dove vendevano anche attrezzatura subacquea e a Pasqua eravamo a Pietra per passare qualche giorno di vacanza.
Passeggiando sul pontile di Pietra abbiamo notato che in acqua c’era un subacqueo con le bombole, noi che eravamo semplici apneisti eravamo incuriositi e affascinati a osservarlo.
Giunto poi a riva, ci siamo avvicinati per fargli qualche domanda sull’attrezzatura, sul suo utilizzo e sui costi per l’eventuale acquisto e, grazie a Giacomo che ormai per il suo lavoro era un esperto la conversazione si svolse quasi alla pari.
Il subacqueo si chiamava Enzo, era un bancario di Torino con casa a Pietra, dove faceva parte del gruppo subacqueo “The Shark” e si dichiarò immediatamente disponibile a farci fare una prova con le bombole.
Visto che non avevamo attrezzature e vista la stagione fredda , l’occasione si presentò solo a luglio; rimediammo per me la giacca della muta da un suo amico, un paio di pantaloni da un altro, il cappuccio da un altro ancora e le bombole da Piero il suo maestro (detto “il deca” per l’allora decennale d’immersioni), praticamente sembravo un Arlecchino marino.
Andammo a caricarle a Loano da Gervasio, un'icona vivente del mondo subacqueo che aveva un compressore recuperato da lui stesso da un sottomarino, il giorno dopo eravamo a Capo Noli per il battesimo subacqueo.
Capo Noli è un promontorio davanti a Noli, una cittadina fantastica del ponente Ligure che mantiene ancora i suoi caratteristici aspetti medioevali.
Capo Noli ha una particolarità unica: è proprio nel centro del piccolo golfo del “Leone“ (detto così perché il vento ha scolpito sulla strada una pietra che sembra un leone) dove c’è una fossa quasi oceanica che nel giro di qualche centinaia di metri dalla spiaggia scende fino a 400 mt !!
Partendo da riva come se si scendesse da una montagna si arriva al primo gradino che segna -37, poi c’è un pianale orizzontale e dopo un centinaio di metri riprende a scendere.
Per noi quindi una palestra eccezionale, perché c’è sempre il contatto con la sabbia e quindi ti senti sicuro e protetto.
Imparata la teoria nella serata precedente e istruito meticolosamente da Enzo sono sceso la prima volta fino a 17 metri, praticamente un palazzo di 6 piani, poi la seconda a 24 metri e nel giro di una settimana ero già arrivato al fatidico primo gradino a meno 37.
Tornato a Milano da Giacomo abbiamo acquistato le prime mute e parte di attrezzatura e praticamente ogni due settimane eravamo a Pietra da Enzo per le nostre immersioni a Capo Noli al sabato e alla domenica.
Da lì è iniziata la nostra avventura subacquea, Enzo nel frattempo era stato trasferito dalla banca a Milano e tutti i venerdì sera caricavamo stracolma la sua 500 Blu di bombole, attrezzature e le valigie con i nostri indumenti e si partiva alla volta di Pietraligure.
Non riesco ancora a capire come facevamo a stivare tutto nella macchina, mi sembrava essere a “Giochi senza Frontiere” e di giocare il jolly.
Giacomo invece quasi sempre ci raggiungeva da Milano in treno e dopo un viaggio di oltre 4 ore lo andavamo a prendere in Stazione a Pietra per terminare la serata con pizza da Pompeo.
A Pietraligure Enzo aveva un box auto, completamente riservato alla subacquea, lì si tenevano le attrezzature, le bombole, gli erogatori, i profondimetri, le cinture con i piombi e i fucili, visto che fino al 1980 si poteva fare la pesca con gli autorespiratori.
Il box era il nostro diving, il magazzino, l’officina (riparavamo tutto noi) e….la nostra casa, dove io e Giacomo mangiavamo e dormivamo su dei materassi in terra, dato che in quei periodi eravamo un po’ squattrinati, ricordo ancora la polvere che si respirava nella notte, alla mattina eravamo spesso con il naso intasato, quindi a rischio rinvio per l’immersione.
Il box era soprattutto il punto di ritrovo nel pomeriggio precedente l’immersione per programmarla e scambiarci idee, consigli e pareri e precedenti esperienze.
Erano periodi da pionieri, le bombole, caricate solo a 150 atm avevano la riserva, che facevi entrare tirando un’asticina di ferro quando l’aria stava finendo, a volte con grande difficoltà e rischio vita; iniziavano ad apparire sul mercato i primi decompressimetri per le tappe di decompressione, ma per un bel po’ di tempo i conti li facevamo con le tabelle della Marina Militare Francese e calcolavamo le tappe con gli orologi, non avevamo per l’inverno le sottomute, allora si usavano maglioni infeltriti e vecchi calzettoni di lana e i guanti da muratore di mio suocero.
Però c’era la libertà della caccia e devo dire che da lì sono iniziate le vere stragi: piovre fino a 13 kg, gronghi di 20 kg, rane pescatrici fino a 30 kg, saraghi, branzini, bonniti (piccoli tonni), murene, mustelle, pesci S Pietro, serpi marine che il mio amico Mauro albergatore metteva nella zuppa di pesce per i turisti Tedeschi, astici, insomma un po’ di tutto.
Capo Noli era sempre la nostra palestra, ma anche il nostro supermarket, sul fondo c’erano i tubi lunghi 5 mt, di una fognatura dismessa che erano le tane di gronghi immensi, poi i copertoni abbandonati e lanciati dalla strada dai camionisti che erano il rifugio delle piovre e sulla scogliera seppie a volontà.
Enzo esibiva sempre fucili nuovi all’avanguardia, ne ricordo uno in particolare il “Drago “ che aveva l’impugnatura scorrevole.
D’inverno le nostre immersioni a Capo Noli erano veramente da “braveheart“, scendevamo con qualsiasi tempo pioggia ma anche raramente neve e qualsiasi mare, le estremità al termine dell’immersione erano praticamente semicongelate ed Enzo portava una stufetta a benzina che tenevamo accesa anche in auto, non era difficile che per non prendere freddo ci cambiassimo a Pietra nel box, facendo il viaggio in auto da Noli con le mute fradice, assomigliando molto a Diabolik o Fantomas.
Prima dell’immersione Livio ci dava delle barrette iperenergetiche al ginepro e dopo l’immersione non poteva mancare il classico punch al mandarino al bar, che tracannavamo come acqua nonostante i 1000 gradi fahrenheit dell’alcoolica bevanda.
Poi da quando Enzo ha comprato un gommone, ma anche d’estate con qualche turista facoltoso con la barca sono iniziate le immersioni nel blu, alle isole Gallinara e Bergeggi, sulle secche del Finalese Marassi e Le Stelle, sulla Boa del Cantiere a Pietra sui “custi” e le prime affascinanti sui relitti del S Guglielmo a Loano, del Sassari a Borghetto, dell’ Umberto 1° alla Gallinara e quella più profonda sull’One Tiffled a meno 54 davanti a Pietra.
Ricordo la prima immersione a Bergeggi, quando abbiamo catturato un pesce Luna eravamo convinti di avere fatto una grande impresa, poi Piero ci spiegò che non era praticamente commestibile e che si mangiavano solo poche piccole parti; da quella volta non li abbiamo più presi, anzi in un occasione mi è parso quasi che avvenisse il contrario.
Mi trovavo sulla boa del cantiere a Pietra, con Chicco e Giuliano, l’acqua era limpidissima e data la poca profondità filtrava la luce del sole, a un certo punto mentre ero sdraiato per controllare una tana, ho visto un'ombra che mi appariva alle spalle, come se si fosse spenta la luce, subito mi sono preoccupato poi mi sono girato : era una famiglia di pesci Luna, il più grande (come una 500) mi è addirittura venuto quasi faccia a faccia, probabilmente incuriosito da quello “strano pesce“ che ero io, ci siamo guardati per un po’, poi ha dato un colpo di pinna e lentamente se ne è andato.
Un altro incontro straordinario è stato quello con 3 tonni enormi sul fondo a Capo Noli, dove vista la profondità passa di tutto.
I tonni mi giravano intorno con giri concentrici anche loro per osservare quello “strano pesce”, arrivati a pochi metri di distanza il mio DNA di cacciatore non ha resistito e, puntato il mio fucile con la fiocina ad altezza della testa, ho sparato.
Il tonno ha fatto un veloce scatto e il tiro è finito verso la coda, il colpo è letteralmente rimbalzato sul suo corpo, mi è girato ancora intorno un paio di volte guardandomi come se dicesse “guarda questo cretino, voleva fare sci nautico !!“
Per caricare le bombole si andava a Finale da Romagnoli e da Peluffo, a Ceriale da Giancarlo, ma soprattutto a Loano dal mitico Rovere Gervasio, vero pioniere delle immersioni e suo antesignano esploratore, conosceva Jacques Cousteau ed era amico di Marcante, Odaglia e Cressi con cui negli anni 60 inventò le prime torce subacquee partendo dalle parabole delle autovetture.
Gervasio ci raccontava delle sue prime immersioni, delle sue 7 embolie (scendeva a oltre 100 mt al largo della Gallinara) delle mute che non erano di neoprene ma di camere d’aria degli pneumatici,che gli lasciavano sul corpo per la pressione dell’acqua delle frustate che non gli consentivano di camminare per quasi una settimana,dei primi orologi allagati o esplosi in contenitori di vetro e del primo fucile a molla lungo quasi 3 mt,che veniva caricato solo una volta in barca e con il quale prendeva cernie maestose.
Dal 1974 poi è arrivata la Camilla, “my car” come diceva Baglioni, una Fiat 128 rossa, che era diventata la macchina per la subacquea.
Gervasio mi aveva regalato due grandi autoadesivi gialli della Technisub che avevo incollato sulle portiere al punto che ogni tanto al casello di Milano al momento del pagamento del pedaggio, l’addetto mi chiedeva se volevo lo scontrino perché pensava che fossimo Agenti o Rappresentanti.
Con l’andar del tempo e soprattutto a causa della salsedine la Camilla era marcita, nel bagagliaio dove si depositava il pesce e i piombi c’erano dei fori passanti di una spanna, salvati poi da zio Enzo con protezioni in vetroresina e con l’antirombo, dato su tutto il fondo della macchina da Peppino il nostro meccanico.
Nel frattempo ero entrato nel gruppo The Shark di Pietra, ho fatto bellissime immersioni con Piero, Angelo, Giovanni il benzinaio e Amedeo il falegname fino a S.Stefano mare vicino ad Imperia e nel 1980 dopo tutto l’inverno passato a studiare, a fare immersioni e a fare visite a S Corona abbiamo ottenuto dalla FIPS di Genova il brevetto di istruttori, purtroppo il Gruppo si è sciolto dopo poco tempo anche per lo sfratto dalla Sede Sociale e tutta la documentazione, foto e ricordi sono stati distrutti o persi.
Sono stati periodi bellissimi in cui ho anche conosciuto due amici di Milano: Livio, che abitava proprio davanti al box di Enzo e Massimo che era un suo collega di lavoro, quello della salsiccia con i fagioli di qualche anno più tardi, potendo quindi affermare che lo sliding-doors di Pietraligure ha determinato per effetto domino anche il mio attuale lavoro.
Siamo stati una vera squadra per diversi anni, poi piano piano sono rimasto solo alternando i miei compagni d’immersione : ogni tanto e ancora oggi Enzo, poi Chicco di Loano, mio nipote Claudio e negli ultimi anni Andrea (roccia) oltre naturalmente ai miei figli Daniel e Gabriel che ho scaraventato sott’acqua già dall’eta di 6 anni con il bombolino da 5 litri.
Piero buonanima ha fatto da maestro a Enzo, lui a me, e io complessivamente ho avuto circa un centinaio di allievi, l’ultimo mio nipote Nahele quest’estate, contenti di questo sport meraviglioso ma molto faticoso, perché per mezzora di divertimento (decompressioni a parte) fai un‘ora di facchino, un'ora da lavandaio, da operaio, da addetto alle pulizie, da sarto ecc. ecc.….

Dal 1979 poi è entrata nella mia vita subacquea la meravigliosa Isola d’Ischia, dove vado almeno per una settimana all’anno e dove dai pescatori del luogo sono soprannominato “o pescatore 'e cernie“, e nei cui meravigliosi e profondissimi fondali prendo cernie enormi e pesci che rispetto al Ligure sembrano “lievitati “ o dopati.
A oggi sono quasi 2000 immersioni che registro e annoto ancora dal lontano 1972.

La salsiccia con i fagioli

Un'altra situazione da SLIDING DOORS riguarda il mio lavoro, ma partiamo dall’inizio.
Dopo le medie dovevo decidere cosa fare da grande e quindi scegliere una scuola di indirizzo.
Mi è sempre piaciuto disegnare e con la matita devo dire che me la sono sempre cavata e visto che avevo nel DNA questa prerogativa scelsi,influenzato da mio cugino Michelino che già lo faceva di lavoro, di fare il disegnatore meccanico progettista.
Anni bellissimi quelli delle Superiori periodo post “68”, alla Grazia Deledda in Loreto, con ancora grandi attività del Movimento Studentesco, con occupazioni della scuola,scioperi a oltranza,e con il nostro leader Mario Capanna a trascinarci nei cortei quasi quotidiani per Milano,con cariche della Polizia, fumogeni e negli anni a seguire purtroppo con qualche morto.
Addirittura nel secondo anno il 1970 i giorni di assenza ,scioperi e bigiate superavano per tutta la scuola quelli di frequenza, ma decisero comunque, anche perché sarebbe successo il finimondo, di valutarci per quello che avevamo fatto nell’anno scolastico e fui meritatamente promosso.
Da ricordare del periodo delle occupazioni due cose, la prima quando il nostro leader politico della classe Mauro Davide in un clima di grande incazzatura per usare un eufemismo, si presentò al palco dell'aula Magna dove eravano riuniti tutti gli studentip er fare un intervento,noi eravamo orgogliosi di essere rappresentati da lui anche perchè aveva un eloquio affabulante.
Tutto procedeva bene anche con grandi applausi a scena aperta,solo che nel finale disse "però non dobbiamo prendercela con tutti indistintamente perchè il nostro Preside in fondo è una brava persona " .
Apriti o cielo,si levarono salve di insulti,fischi e lanci di ogni genere di cosa al suo indirizzo.
Fu scortato da noi fino all'uscita e per qualche giorno non rimise più piedi a scuola.
La seconda avvenne dopo un occupazione che durava ormai da quasi 10 giorni, a turno dormivamo a scuola con i sacchi a pelo un pò dappertutto,c'era una grande cesta in cui riponevamo le provviste per chi non andava a casa e c'era un servizio d'ordine per non fare entrare estranei nell'Istituto.
Nel pomeriggio fummo avvertiti che il Preside aveva richiesto l'intervento della Forza Pubblica per sgomberare la scuola, allora ci riunimmo in assemblea nell'Aula Magna per decidere sul da farsi.
Il nostro stratega decise di far chiudere tutte le porte sprangandole con mobili e suppellettili varie,anche tutte le uscite di Sicurezza ,lasciando accessibile solo la porta centrale dove c'era il nostro servizio d'ordine di guardia.
Decisione nefasta !!! la Polizia arrivò e in un battibaleno entrò dalla porta principale,senza quasi trovare resistenza e ci raggiunse in Aula Magna dove eravamo in trappola come topi.
Chiesero di uscire ad uno ad uno con i documenti in mano per essere identificati e denunciati per occupazione abusiva.
Ma dopo i primi da dietro abbiamo iniziato a spingere i compagni, riuscendo a sfondare il blocco dei poliziotti e a scappare a casa a gambe levate.
Ottenni alla fine il famigerato Diploma, a scuola oltre a disegnare ho imparato a saldare, usare il tornio e la fresatrice e altre cose interessanti, e, passata l’ultima estate di tre mesi di ferie a Pietraligure, iniziai a cercare lavoro.
Feci delle prove presso un officina a Sesto S Giovanni e in un'azienda metalmeccanica in Viale Certosa e meraviglia delle meraviglie tutte e due le aziende volevano assumermi.
Ma il destino volle avendo fatto un annuncio sul giornale, che anche un'altra azienda commerciale la FIM COME mi chiamò per una prova e mi offrì l’assunzione con una retribuzione superiore alle altre di ben 104.000 £ ( lire ).
E il 21 ottobre del 1972 (l’anno prossimo sono 40 anni di lavoro …) iniziai a lavorare, l’azienda vendeva scaffalature da magazzinaggio e noi disegnatori dovevamo disegnare i lay-out nelle planimetrie di centri commerciali, discount, magazzini e grandi negozi, dove venivano collocati gli scaffali, i pallets delle merci con l’utilizzo di carrelli elevatori.
Al primo stipendio cosa che la mamma ricordava sempre, diedi una mancia ai miei fratelli Vito e Lele e il resto a lei.
Tutto filò liscio fino al 1976, quando entrai in rotta di collisione con il Capo del personale che mi provocava tutti i giorni.
Per un po’ ho trattenuto il carattere che ho, poi un lunedì al rientro dal mio week-end subacqueo a Pietraligure mi contestava che avessi tutte le mani gonfie e tagliate facendomi battute offensive.
Non ci ho visto più, l’ho sbattuto violentemente contro il muro, prendendolo per la cravatta a mò di cappio e non volendolo finire davanti a testimoni gli dissi che lo avrei aspettato all’uscita fuori dall’azienda.
Cosa che feci, mi sedetti sul cofano della sua auto e lo aspettai, lui scese con mezzìora di ritardo rispetto alla solita uscita, sperando forse che me ne andassi, mi venne incontro riparandosi dietro il borsello anni 70 per proteggersi da eventuali colpi.
La cosa mi fece quasi ridere e visto che avevo capito che il match era impari lo spinsi nell’abitacolo sbattendogli la portiera, invitandolo semplicemente ad andare a letto dopo Carosello, altrimenti se lo avessi incontrato per strada gli avrei spezzato le gambe … parole testuali.
Mi fecero una lettera di contestazione e mi sospesero per 3 giorni dal lavoro.
Telefonai alla CGIL in Corso di Porta Vittoria e fissai l’appuntamento con un funzionario per la mattina successiva alle ore 9.
Nel pomeriggio ricevetti la telefonata di Massimo un mio amico di Milano con cui dividevamo la passione per le immersioni che mi invitava a cena a casa sua, ero un po’ scazzato e forse preoccupato per quello che mi era successo in azienda e gli dissi che non me la sentivo e che sarei rimasto a casa.
Mi disse “peccato,avevo preparato le salsicce con i fagioli in rosso alla Livornese“ che avevo già mangiato una sera con suoi amici anarchici.
Come potevo rifiutare le salsicce con i fagioli ???
Mi presentai quindi puntuale alla cena, ma verso mezzanotte gli dissi che volevo andare a casa perché il giorno dopo dovevo andare alla CGIL perché ero stato sospeso dalla mia azienda per minacce al capo del personale.
Mi consigliò invece di andare alla UIL perché c’erano due sindacalisti Giovanni e Bruno suoi ex colleghi della Rinascente che erano molto bravi e che gli avevano fatto vincere una causa di licenziamento .
L’anno prima Max che lavorava alla UPIM Loreto fu licenziato perché insieme ad altri colleghi avevano fatto una foto Polaroid alle parti intime di un loro collega che si vantava di essere un playboy e l’avevano fatta vedere a tutte le commesse e le cassiere.
La foto però non fu più ritrovata e loro furono riammessi in servizio con un congruo risarcimento.
Il mercoledì chiamai la UIL e il funzionario grazie all’intervento del Segretario Generale Giovanni mi ricevette subito.

Ricordo che sorrise alla lettura della lettera di contestazione, prese carta e carta carbone e inforcata la sua macchina da scrivere la mitica Olivetti 42 (quella che usava Montanelli) rispose alla mia azienda.
Mi disse che al di là del merito avevano commesso un madornale vizio di procedura perché non potevano sospendermi senza attendere le mie giustificazioni scritte e che quindi il provvedimento era nullo e che i tre giorni di sospensione sarebbero stati annullati e commutati in 3 giorni di premesso retribuito dall’azienda; mi iscrissi al sindacato e fui nominato immediatamente dalla Segreteria Rappresentante Sindacale Aziendale della UIL.
Partii immediatamente per Pietraligure, visto che avevo un week-end più lungo peraltro pagato dall’azienda e appena giunto in città presi una cartolina illustrata e la mandai al titolare della Fim.Co.me con la scritta “vi penso sempre e vi porgo cordiali saluti“.
Il lunedì al rientro in azienda indissi per il giorno dopo un assemblea con tutto il personale con la presenza di funzionari UIL al termine della quale presentai una piattaforma rivendicativa per il contratto Aziendale.
Nel giro di pochi mesi feci ottenere ai colleghi il 100% della malattia, un programma ferie gestito dai lavoratori, la mensa e feci una vertenza sindacale terminata poi in Tribunale per il riconoscimento di arretrati sugli scatti di anzianità.
Chi più chi meno prese un buon risarcimento, io più di tutti perché ero il più giovane e da loro inquadrato erroneamente come aiuto disegnatore visto che invece facevo il lavoro identico ai colleghi presi circa 1.800.000 £.
Il mio incarico di RSA e membro del Comitato Direttivo di zona mi dava diritto a 130 ore di permessi all’anno (quasi un mese), da quel momento prendevo sempre 4 ore di permesso al venerdì pomeriggio e 4 ore al lunedì mattina e via a Pietraligure.
Il mio titolare dopo un po’ di “week-end lunghi“ chiamo il Sindacato per sapere se questa mio potere discrezionale era corretto; gli risposero di non permettersi mai più di chiedere informazioni sul mio operato perché era vietato dallo Statuto dei Diritti dei lavoratori.
Da quel momento a parte i soliti week-end lunghi iniziai una Crociata contro l’azienda, in tre anni gli feci una prima denuncia alla ASL e li costrinsi a imbiancare tutti i locali dell’azienda, poi gli feci sostituire tutte le tazze dei water che erano crettate, su imposizione dei NAS dei Carabinieri, poi scoprii che a noi disegnatori che sviluppavamo le copie dei disegni con la macchina eliografia che andava ad ammoniaca, che come ai metalmeccanici che erano a contatto con materie nocive ci spettava un litro di latte al giorno.
I miei colleghi se lo portavano a casa, mentre io li accatastavo come la torre di Babele in bagno facendoli diventare panna acida.
Decisi quindi (previsto dalle nuove Leggi) di abbandonare il latte e di far mettere nell’ufficio copie un potente aspiratore.
L’azienda ottemperò immediatamente, però da quel momento nonostante continue assemblee rinnovi contrattuali ecc.ecc., ,mi resi conto che me le davano sempre vinte tutte e che non mi divertivo più.
La classica goccia che trabocca fu una conversazione tra il Titolare e il Capo del Personale chiaramente con oggetto "me".
Capitò che andai fuori ufficio per una commissione teoricamente per una mezz’oretta, ma mi fermai al bar a giocare a Space Invaders, un giochino di moda in quegli anni e rientrai a mezzogiorno.
Il capo del Personale era infuriato ed evitandomi andò a raccontare l’accaduto al Titolare, noi ascoltavamo nella stanza accanto con i bicchieri sul muro.
Il Titolare disse al Capo del personale “ingegnere, Roberto è la nostra croce non me lo faccia incazzare ancora altrimenti ci rovina, le faccia fare quello che vuole anche se non viene in ufficio non mi interessa,gli pagheremo lo stesso lo stipendio”
Allora capii che dovevo scegliere un'altra strada e l’occasione si presentò qualche giorno dopo quando Cesare Responsabile dell’ufficio vertenze UIL mi chiamò chiedendomi se volevo prendere il suo posto visto che lui si dimetteva.
Feci un colloquio con Giovanni il Segretario Generale che mi distaccò momentaneamente per due mesi dall’azienda,dopo i quali se rispondevo alle loro aspettative mi avrebbe distaccato a tempo indeterminato, ma trascorsi soli 15 giorni mi disse che ero perfetto e mi fece la lettera di distacco permanente, che dura ormai da 32 anni.
Andai ancora nella mia azienda da uomo libero per tenere io come funzionario le assemblee con i colleghi che erano entusiasti della mia carriera Sindacale e mi incontrai spesso anche in Unione Commercianti con il mio titolare.
In una occasione a quattrìocchi mi disse che ero l’unico dipendente dei suoi 200, stabilimento produttivo compreso, che stimava e che aveva apprezzato sempre il mio modo d’operare fatto con competenza e coraggio a differenza di tutti gli altri, Capo del personale compreso, che secondo lui non avevano gli attributi …(ma questo è un eufemismo).

sabato 27 agosto 2011

Cuoco di bordo

Io, i miei fratelli Vito e Lele, con Ugo, Sandro e altri amici d’infanzia giocavamo già insieme fin dai tempi dei campi di Greco, all’epoca periferia Milanese a due passi dalla famosa Via Gluck, con i pali delle porte rimediati con grandi pietre o da bastoni conficcati nel terreno.
Poi con alterne fortune ognuno ha intrapreso una carriera calcistica in squadre di quartiere, solo Vito e Lele hanno militato nell’Inter e nel Milan e solo Vito ha sfiorato la notorietà giocando in serie C nella Solbiatese e nel Verbania, poi quando era a un passo dal grande calcio ha rinunciato ed è tornato a Greco per giocare allenati da zio Italo nel Greco insieme a Lele, altri amici e con Bobo e il Nick Dirigenti.
Nel 1982 abbiamo deciso di riunire “precettandoli “ i nostri vecchi amici d’infanzia e compagni di scuola, trovandoci tutte le domeniche mattina al Parco Lambro e per fare ogni tanto qualche partita amichevole. Una di queste fu disputata al campo Agrisport Dindelli, contro una squadra dove in porta giocava Fausto.
La partita fini in pareggio e al termine Fausto mi avvicinò dicendomi “complimenti centravanti !! sei veramente forte, hai la colla ai piedi e un dribbling ubriacante, i miei compagni mi hanno detto di chiederti se vuoi giocare con noi ”io gli risposi“ complimenti a te, sei stato bravissimo, ci hai anche parato un rigore, ti ribalto la richiesta, vuoi giocare con noi ? non abbiamo un portiere fisso e ci faresti veramente comodo.
Fausto accettò subito e poco dopo fece il suo esordio con noi in un torneo estivo parrocchiale con amici del parco Lambro (il “Ciccio”) con finale persa ai rigori con ultimo errore di Ugo che doveva sposarsi il giorno dopo.
In autunno il mio collega Marco mi chiese se riuscivamo a mettere su una squadra a 11 per disputare il torneo dell’Avanti organizzato dal PSI Milanese (anche quello perso in finale) poi ci fu anche un torneo al Dindelli che tutti ricordiamo per un arbitro che era già completamente ubriaco al momento della “chiama”.
Poi altre amichevoli una addirittura a Tortona con amici del fratello di Dario e una al campo “Forza e Coraggio” contro una squadra che giocava in Prima Categoria che vincemmo per 4 a 1, un’altra al Saini contro una squadra che giocava in Promozione che pareggiammo 3 a 3.
I tempi erano quindi ormai maturi per disputare con tutti i miei amici un campionato intero; un amico mi invitò in 3a Categoria ENDAS, cercai uno sponsor per l’iscrizione e trovai IL CUOCO DI BORDO ristorante di Milano di un mio grande amico Armando purtroppo scomparso tragicamente qualche anno fa e uno sponsor per le divise e le borse la IFI di mio zio Gianni, e così cominciò l’avventura durata 10 meravigliosi anni, iniziata come campo di casa a Segrate (il mitico 3) con orario d’inizio per il primo anno come Fantozzi alle ore 8.30 con i campi ghiacciati in inverno (dove Fulvio ci perse una natica tagliata dalla terra congelata) o polverosi d’estate.
Dopo 5 anni si aggiunse un nuovo Sponsor la TVE un azienda di trasporti di valore il cui titolare era un mio carissimo amico.
Eravamo un gruppo che non si allenava mai, ci trovavamo solo alla domenica mattina con la classica sfida al “calciobalilla” prima della gara, una squadra molto eterogenea: gente dai piedi molto buoni, funamboli, brasiliani, ma anche killer della difesa con le tibie degli avversari che emettevano rumori sinistramente metallici e un portiere saracinesca.
Con me capitano, allenatore, presidente sempre rissoso e irascibile con arbitri e avversari, ma pronto ad autosostituirmi in campo per fare giocare tutti i panchinari a rotazione, per salvaguardare quello che era il nostro spirito: lo spogliatoio e quella voglia di giocare e di divertirsi insieme.
Complessivamente hanno giocato con noi 52 persone più una manciata di Dirigenti accompagnatori, mi piace ricordare oltre al Nick e il Bobo anche il grande Giannetto e le nostre mascottes Daniel, Marco, Cosimo, Juri, Gabriel ed Edoardo.
Ci siamo divertiti per quasi quindici anni dal punto di vista agonistico, ma con alcuni sfioriamo complessivamente i 40 anni di gioco, ancora imperterriti tutte le domeniche a giocare a calcetto a sfidare le intemperie il sole, la pioggia o la neve, con tempo quasi sempre illimitato (smettiamo quando vediamo S.Pietro sulla traversa che ci benedice).
Con gli attuali eroi e i superstiti del Cuoco di bordo TVE, ci troviamo di solito l’ultima domenica di giugno per disputare un quadrangolare intitolato MEMORIAL UGO perché nel primo anno Ugo fu colpito da un insolazione mentre entrava in campo ( a Milano c’erano 40° gradi ) e per paura di perderlo gli dedicammo il torneo.
Negli ultimi due anni si è aggiunto Sandro più o meno per gli stessi motivi fisici e il Memorial attualmente si chiama UGO & SANDRO, ma credo che con il passar degli anni si aggiungeranno oltre a me anche, Fabrizio, Elvio, Pino, Massimiliano, Piero, Michele e i due Andrea … ne resterà uno solo, come Highlander.